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“Villa Bruno“

 

Via Cavalli di Bronzo, 20


La Villa appartenne prima alla famiglia Monteleone per poi passare ai Lieto che ospitavano l’Arcivescovo di Napoli, il Cardinale Ruffo Scilla, che veniva a villeggiare a San Giorgio a Cremano. Successivamente fu acquistata dalla famiglia Righetti, che edificò la famosa fonderia agli inizi del XIX secolo e che vendette la proprietà ai fratelli Bruno, i quali ne sono stati proprietari fino a quando il Comune di San Giorgio a Cremano non l’ha rilevata e restaurata.

Una peculiarità di questa villa sono i due bassorilievi in finto bronzo che rappresentano due teste equine ubicate su piedritti ai due lati dell’ingresso principale.

Questi elementi sono stati posti a memoria della fusione che avvenne nella fonderia annessa alla villa, delle due monumentali statue equestri ubicate in Piazza del Plebiscito, a Napoli, che raffigurano Carlo III e Ferdinando IV di Borbone.

Dal portale d’ingresso si inquadra il portone che incornicia, in una profonda prospettiva, la nicchia posta in fondo alla tenuta.

Questo effetto scenografico è reso dalla coincidenza dell’asse principale dell’impianto architettonico con quello prospettico che inizia con l’atrio e il successivo vestibolo passante e che termina con l’edicola barocca finale. Il viale pieno di luce del parco che spicca dietro l’atrio era arredato, con sedili in pietra posti ai due lati che si alternano, per oltre duecento metri, a basi di statue e vasi.

All’interno del giardino c’erano una serra in ferro e vetro ed un’esedra semicircolare con statue.

Quest’ultima oggi è stata sostituita da un’arena all’aperto in cui si tengono manifestazioni di varia natura promosse dal Comune.

Sono ancora presenti, inserite nel verde, alcune delle statue che una volta costellavano il parco e che risalgono alla veste ottocentesca della villa, mentre il busto che raffigura Giove è posto su un piedistallo nel vestibolo.

Il cortile prospiciente via Cavalli di Bronzo, una volta mostrava due lecci secolari che costituivano una ideale quinta di verde. Oggi, spicca l’alberatura ad alto fusto che d’estate, con il colore lilla dei fiori, crea un delicato contrasto con la facciata giallo chiaro da poco restaurata, dando un’idea degli effetti scenografici che si ottenevano all’interno di queste strutture anche per il sapiente sfruttamento di essenze arboree, talvolta esotiche.

La villa, benché in pianta abbia la stessa impostazione settecentesca, ha un aspetto sostanzialmente neoclassico, mentre la distribuzione dei volumi è stata alterata da ampliamenti successivi.

Il prospetto posteriore, pur nella sua semplicità, conserva l’ampio arco ribassato, caratteristico del barocco ed il corrispondente balcone principale privo delle ornamentazioni che lo collegavano all’apertura sottostante.

La balconata sinuosa, come gli ampi terrazzi a belvedere, ricordano la volontà di godere delle bellezze naturali che lo scenario vesuviano offriva, caratteristica preminente di questi nobili casini di villeggiatura. Il timpano finale curvo incornicia una nicchia ellittica in cui spicca una statua di San Gennaro benedicente, in cotto.

All’interno della villa il piano nobile conserva, per fortuna, decorazioni ottocentesche e affreschi raffiguranti paesaggi, come era in uso all’interno di queste dimore, nel tentativo di riprodurre l’ambiente esterno anche nei saloni. Qui, tra l’altro, ancora oggi si apprezzano le porte rococò.

Ma l’elemento che rende questa villa un caso singolare all’interno dello scenario tipico delle ville vesuviane, è la presenza della fonderia.

Francesco Righetti, romano, era, infatti, il fonditore di fiducia del Canova a cui furono commissionate in origine da Napoleone due statue per la sistemazione di quello che doveva essere un foro bonapartiano. Le note vicende storiche che travolsero Napoli negli anni a cavallo tra il Settecento e l’Ottocento, portarono il Canova a ritornare ripetutamente a Napoli per completare le statue equestri che finirono con l’essere realizzate da Ferdinando IV e poste in opera nella Piazza del Plebiscito, nel 1829.

Interessante è lo schema distributivo della fonderia e dei locali successivi, posti all’estremo limite della proprietà, ad angolo con l’attuale via Giuseppe Guerra ed oggi visibili allo stato di rudere. Il corpo principale oggi privo di copertura, è a pianta rettangolare con il tetto sorretto da cinque archi a tutto sesto, all’interno del quale era stato realizzato, tra l’altro, un pozzo per contenere l’opera monumentale.

Degna di nota è la perizia artigianale del Righetti il quale, attraverso una innovativa tecnica, basata sul principio dei vasi comunicanti, riuscì a fondere la prima statua, realizzata nel 1819, in appena cinque minuti.

Il motivo per cui Righetti, nel 1816, scelse proprio San Giorgio per edificare la fonderia, poi trasformata dai Bruno in vetreria, sembra essere legato all’attiva collaborazione con il Marchese Cerio il quale, grande ammiratore del Canova, intercesse favorevolmente consentendo al Righetti di impiantare la struttura, nonostante le vive proteste dei nobili confinanti.

Quanto sopra detto è esemplificativo dell’anomalia che rappresenta, all’interno dello scenario vesuviano, tale emergenza architettonica che è di sicuro interesse anche per l’archeologia industriale.

Le ville di San Giorgio a Cremano creano lungo le antiche strade una cortina continua, dietro la quale si cela la ricca articolazione degli spazi destinati a verde, dove il giardino è in diretto rapporto con gli ambienti secondo i gusti e il desiderio del proprietario. Abbandonando il centro vero e proprio e superata la piazza Massimo Troisi si prosegue per la “strada che porta alla montagna” e si incontra la Cappella del Pittore (largo del Pittore).